Alla ricerca di cristalli

23.06.2014 09:12

Qualcosa di cui  forse non tutti sono a conoscenza è che all’interno dei vacuoli osservabili nei tessuti di quasi tutte le piante, si possono incontrare suggestive formazioni cristalline di varia natura che possono essere oggetto di interessanti osservazioni e studio. Si tratta prevalentemente di cristalli di ossalato di calcio che non mancano mai di stupire chi si trova ad osservarli per la prima volta. Comuni piante d'acquario  quali quelle appartenenti ai generi Anubias, Cryptocoryne o Lemna, per citarne solo alcune, sono certamente tra le più consigliabili per effettuare le prime e più semplici ricerche.

 

                                                  Rafidi di Cryptocoryne sp, luce polarizzata.

 

Esistono varie teorie a giustificazione della presenza di questi cristalli inclusi all’interno delle cellule. Si ritiene, ad esempio, che le piante quando si trovino di fronte ad un eccesso di acido ossalico possano ovviare al problema facendolo precipitare come sale di calcio insolubile. Altri ritengono, invece, che questo fenomeno sia un meccanismo di difesa posto in essere dalle piante per proteggersi da un eccesso di ioni calcio liberi. In particolare le cellule epidermiche, ma anche quelle del mesofillo, si comporterebbero come una sorta di filtro a tutela della funzionalità di stomi e cellule di guardia.  In sostanza, l’immobilizzazione del calcio nei cristalli sarebbe un modo per regolare l’equilibrio di questo importante ione.

All’interno dei vacuoli i cristalli si possono rinvenire in forme anche molto differenti. A seconda delle condizioni di formazione questi si possono presentare come monoidrato (Ca (C2O4) x 1H2O) oppure come diidrato (Ca (C2 O4) x 2H2O). L’ossalato monoidrato di calcio da origine a cristalli monoclini, mentre l’ossalato di calcio diidrato a cristalli tetragonali. In funzione delle caratteristiche dell’ambiente di soluzione ed a seconda della concentrazione presente di ioni calcio od acido ossalico, il monoidrato può trovarsi in forma di cristalli isolati, fasci aghiformi detti rafidi, di sabbia cristallina o druse cioè di aggregati cristallini di varie dimensioni in forma di rosette costituite da numerosi minuti cristalli sfaccettati. Il diidrato di calcio, invece, si presenta solo in forma di cristalli solitari o di druse.

Sembrerebbe che forma e distribuzione dei cristalli siano controllati geneticamente tanto da rendersi possibile una loro utilizzazione a fini tassonomici.

I contenuti solidi dei vacuoli, però, non comprendono soltanto cristalli di ossalato di calcio. Un trattamento mirato con acidi può pertanto rendersi utile ai fini di una distinzione di carattere con gli altri inclusi cellulari. Risulta, dunque, importante sapere che i cristalli di ossalato di calcio si disciolgono più o meno intensamente in acido cloridrico senza sviluppo di gas. Un trattamento con acido acetico non porta ad alcun risultato. Quello con acido solforico comporta, invece, una loro ricristallizzazione in minuti cristalli di gesso. Qualora nel trattamento con acido cloridrico si registri la formazione di bollicine di CO2 si ha la certezza di non trovarsi in presenza di cristalli di ossalato di calcio, bensì di carbonato di calcio. In questo caso, anche un trattamento con acido acetico risulta efficace conducendo allo scioglimento dei cristalli.

 

 

Preparazione ed osservazione

 

Per poter procedere nella loro osservazione di norma occorre ricorrere a sezioni sottili. Questo perché il preparato risulterebbe altrimenti troppo spesso per potersi osservare in luce trasmessa. Il modo migliore che si ha per ottenere delle sezioni adatte allo scopo è quello di servirsi di un particolare dispositivo che prende il nome di microtomo. Ne esistono di vari modelli anche estremamente costosi, tuttavia, tra gli accessori che non dovrebbero mancare nella dotazione di un appassionato vi è certamente quello a mano dal costo di solo qualche decina di euro.

Nel caso non si abbia a disposizione un microtomo o non ci si voglia cimentare con lame e lamette, si può semplicemente procurarsi delle foglie di Cryptocoryne sp e lasciarle a decomporsi per qualche giorno in un piccolo contenitore con un po’ d’acqua. In questo modo, non sarà difficile individuare i cristalli nel tessuto in disfacimento.

Se, invece, si è operato con un microtomo, la sezione  ottenuta deve essere appoggiata per mezzo di un pennellino umido su un vetrino portaoggetti dove sia stata preventivamente deposta una goccia d’acqua distillata. A questo punto,  impugnato il vetrino coprioggetti tra indice e pollice della mano destra, lo si pone a contatto con l’acqua del preparato di modo che s’instauri una certa tensione superficiale. Aiutandosi con le pinzette per non farlo scivolare, si tiene fermo il bordo del coprioggetti a contatto col vetrino portaoggetti e lo si adagia sino a dove possibile in maniera graduale e lenta.

Al termine delle operazioni sopra esposte, qualora l’acqua risulti troppa, si pone facilmente rimedio assorbendone l’eccesso per mezzo di carta assorbente. All’opposto se l’intercapedine tra vetrino portaoggetti e vetrino coprioggetti non è interamente occupata d’acqua si pone una goccia d’acqua sul portaoggetti a contatto col copri oggetti che per capillarità, viene richiamata al di sotto di quest’ultimo.

Campo scuro, illuminazione obliqua, ma in particolar modo l’osservazione e la ripresa fotografica in luce polarizzata, sono in grado di regalare visioni ed immagini altamente suggestive.

 

Conclusioni

 

Con queste brevi note su  un soggetto d’osservazione così particolare, spero di aver suscitato quantomeno una certa curiosità. Curiosità che mi auguro possa essere da stimolo per spingere anche voi che state leggendo e possedete quel magico strumento che è un microscopio ottico ad andare a caccia di simili cristalli.

 

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